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L'Innovazione secondo Schumpeter: un piccolo grande dilemma per la mission aziendale delle PMI

Sempre più spesso si sente parlare di Innovazione e della sua cruciale importanza per la competitività delle PMI. Ma prima di addentrarci nello studio e nella descrizione del fenomeno, è opportuno chiarire che cosa si intende con il termine in questione.
Una delle definizioni meglio riuscite, in quanto assai completa ed in anticipo nei tempi storici, è quella fornita dall’economista austriaco Joseph Schumpeter che nel 1934 affermò: “non è imprenditore […] chi compie operazioni economiche, intendendo lucrarne profitto, bensì colui che introduce atti innovativi.” Lo studioso parte dall’idea che i sistemi economici non sono statici, come assume, invece, l’élite degli intellettuali neoclassici, forti sostenitori della teoria dell’equilibrio economico generale. Egli interpreta l’arena economica come un qualcosa di dinamico ed evolutivo e ritiene che per poter ben comprendere il fenomeno sia necessario analizzarlo in relazione ad un altro concetto: l’Invenzione.

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In linea generale, l’Invenzione consiste nella realizzazione, ex novo, di qualcosa che non esisteva già, frutto della forza creativa di uno o più individui, mentre, l’Innovazione si realizza quando si fa qualcosa di nuovo nel sistema economico e, pertanto, è possibile anche quando non sia legata ad una vera e propria invenzione.
Tali modifiche, riconducibili ad una pluralità di fattori, tra cui si possono menzionare: cambiamenti nelle idee prevalenti di come fare qualcosa, soluzioni a situazioni contingenti, modifiche nei gusti e nei comportamenti e così via, sebbene apparentemente meno incisive rispetto ad un’invenzione improvvisa e profonda, riescono nel tempo a garantire l’evoluzione dei sistemi.
Nel 1971, sulla scia di anni di studio, di ricerca, di sperimentazioni e di evidenze empiriche, Schumpeter arriva a denominare quel quid che genera cambiamento ed evoluzione (economica e sociale) con il concetto di sviluppo, da intendere come uno spontaneo ed improvviso mutamento dei canali del flusso, ovvero come una perturbazione dell’equilibrio che altera e sposta l’equilibrio precedentemente esistente, […] mediante l’introduzione di nuove combinazioni, intendendo con l’attributo nuove l’insieme di strategie, materiali e forze, generati da una modificata combinazione/integrazione rispetto a quelli preesistenti.
In relazione a tali premesse, l’innovazione si potrà manifestare all’interno di n circostanze, tra cui si possono segnalare:

  • la produzione di un nuovo bene (attraverso l’assemblaggio di altre componenti già esistenti ma, né pensate per l’integrazione all’interno di un bene più complesso, né destinate alla nuova finalità d’uso);
  • la modifica, in termini intensivi e/o estensivi dei processi di lavoro, attraverso l’introduzione di migliorate routine procedurali o l’assorbimento di standard lavorativi desunti e/o riadattati da altri settori;
  • la penetrazione di un nuovo mercato che può mettere l’organizzazione in condizione di dover ripensare la propria governance ed i propri processi lavorativi, tendenti, nel tempo, a standardizzazione per effetto della cosiddetta inerzia organizzativa;
  • l’accesso a nuove fonti di approvvigionamento o la scoperta di un nuovo utilizzo che si possa ottenere da parte di una materia prima o di un semilavorato può, anch’esso, generare un effetto domino intra ed extra organizzativo, tale da comportare l’emersione di innovazioni.

Dalla teoria di Schumpeter alla pratica: per le PMI è preferibile inventare o innovare?

Tuttavia, partendo dalle teorie di Schumpeter, attraverso questo articolo si vuole spostare l’attenzione su una questione più specifica: per le PMI, di cui è ricchissimo il nostro Paese, con concentrazioni superiori al 99% rispetto a quelle che possono essere considerate grandi aziende, nonché l’intero vecchio continente, è preferibile fare Invenzioni o fare Innovazioni? La questione è piuttosto delicata e intrecciata e non esiste una soluzione tout-court applicabile a tutte le imprese indistintamente, in quanto si tratta di attente valutazioni e considerazioni da portare avanti caso per caso e basate su dati quanto più oggettivi ed affidabili possibile, in relazione alla vision e mission aziendale , business prevalente, alle specializzazioni produttive e/o procedurali, ai clienti attuali e potenziali, all’obiettivo di mercato ed ai mercati-obiettivo ed al sistema di governance.
I criteri appena esposti svelano un forte sbilanciamento analitico verso l’interno dell’azienda o meglio, verso questioni di management piuttosto che di R&D.
Andando ad analizzare più diffusamente il concetto di ricerca emergono immediatamente e con inequivoca fermezza alcuni suoi attributi endogeni:

  • il rischio, in quanto la ricerca è un’attività altamente incerta poiché va, per sua natura, incontro all’ignoto e gli esiti delle attività di studio, analisi, ipotheses formulation, sperimentazione e testing possono non produrre alcun effetto che sia di valore per l’organizzazione. Questo si traduce, per l’impresa che l’ha finanziata in una pericolosa, specie se si tratta di una PMI, alterazione degli equilibri contabili, economici e finanziari;
  • la complessità, si tratta, in questo caso, di un fattore intimamente connesso con la materia prima della ricerca, ossia un’intrecciata, apparentemente disordinata, amalgama di saperi, settori, orientamenti scientifici, conoscenze pregresse, propensione all’autoanalisi, convincimenti personali e/o collettivi, posizioni intellettuali, orientamenti etici e disponibilità di tecnologie più o meno avanzate per lo studio più rigoroso ed imparziale possibile di un fenomeno, che rendono tale attività assai imprevedibile e dagli outcome tutt’altro che scontati. Se si considerano le scienze sociali, tra cui rientra a pieno titolo la scienza manageriale ed organizzativa, bisogna scontare ed affrontare un’ulteriore tessera di complessità, data dalla componente psicologica che anima ed ispira il comportamento degli individui e delle imprese che popolano. Con ciò si vuole affermare che per uno scienziato naturale, raggiungere la perfezione nella misurazione di un fenomeno è relativamente più semplice, per effetto dell’osservabilità del fenomeno, rispetto ad uno studioso di marketing che deve scontrarsi con asimmetrie informative forti e comportamenti mutevoli dei destinatari delle sue attività.

Fatte tali premesse e sulla base della distinzione tra Invenzione ed Innovazione, ci si sente di ritenere che l’Invenzione sia qualcosa da lasciare alle mani delle grandi imprese (che pur non si esimono da sforzi costanti anche in innovazione), mentre per le PMI sia preferibile un processo di scouting di Invenzioni e di scoperte realizzate da altri e acquisite giuridicamente e sfruttate commercialmente mediante contratti di licensing sui brevetti, in modo da poter realizzare internamente Innovazioni acquisite esternamente e che ben si adattino alla propria configurazione organizzativa.

Con il contributo del Dott. Roberto Milano

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